mercoledì 16 aprile 2014

Ok parliamone: perché dobbiamo farla finita con l'olio di palma


Fra gli ingredienti che meno mi stanno simpatici c'è sicuramente l'olio di palma. In sé la povera Elaeis Guineensis (questo è il nome botanico della pianta) non ha nulla di male. È che il suo olio ha un costo inferiore a tutti gli altri, così l'industria lo usa nei cibi, nei detersivi e nei cosmetici. E siccome sulla terra siamo 7 miliardi, tutti desiderosi di mangiare, lavarci e truccarci, per fare spazio alle sue piantagioni l’Indonesia ha già perso 28 milioni di ettari di foresta (fonte Greenpeace). Perché attualmente circa l’85% della produzione mondiale arriva dalla Malesia e dall’Indonesia. Ora è il turno di Sumatra, la cui foresta è uno dei pochi luoghi dove ancora sopravvivono gli oranghi. Ma l'industria dell'olio di palma, insieme a quella della carta e delle miniere, incalzano: la foresta deve essere distrutta (a proposito Avaaz ha lanciato una petizione per fermare questo progetto (https://secure.avaaz.org/it/aceh_rainforest_action_loc/?aIQmAbb). Quindi dove possibile cerchiamo di evitare l'olio di palma. Ecco dove si trova.



Nei cosmetici

Si trova soprattutto nei tensioattivi e negli emulsionanti, per esempio gli ingredienti che in etichetta contengono la parola Palmate, Myristate, Stearate, sono a base di acido palmitico, miristico e stearico, che sono fra i componenti principali dell’olio di palma.

Come evitarlo: tutti i detersivi e i cosmetici certificati biologici (Icea, Natrue, Ecocert per esempio) non li utilizzano. Fortunatamente anche molte multinazionali stanno facendo marcia indietro.

Questo grafico qua sotto, pubblicato da Greenpeace , ci dice quali sono le multinazionali della detergenza e della cosmesi più virtuose. 

Dal 2011 tutto l'olio di palma usato da Unilever in Italia per esempio (che ha fra i suoi marchi Dove, Cif, Coccolino, Svelto, ma anche Knorr e Algida) proviene solo da fonti certificate, certificano cioè che non derivano dalla deforestazione dell'Indonesia. È di questi giorni la notizia che P&G (la Procter & Gamble ha i marchi Dash, Ace, Mastro Lindo, ma anche Olaz, Pantene, Wella, Maxfactor) si è impegnata a eliminare la distruzione delle foreste entro il 2020 dalle proprie filiere. Inoltre garantirà la completa tracciabilità della materia prima, e andrà oltre i criteri dello schema di certificazione Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), di cui fa parte, promettendo la protezione delle torbiere e altre categorie di foreste che la certificazione non contempla, oltre al rispetto dei diritti delle comunità locali.



Negli alimenti

Non si sfugge all'olio di palma: biscotti, cracker, merendine, margarine, gelati, creme spalmabili (ma la Ferrero ha una delle migliori politiche contro la deforestazione del settore, parola di Greenpeace) e perfino pasta sfoglia, frolla o per pizza già pronta.

Attenti però, difficilmente troverete scritto chiaro e semplice: olio di palma. Le scritte olio vegetale, grassi idrogenati, grassi parzialmente idrogenati, grassi vegetali NON idrogenati e perfino mono e digliceridi degli acidi grassi sono molto spesso a base olio di palma.

Peraltro anche da un punto di vista nutrizionale non è uno degli oli migliori, a causa dell'alto contenuto di grassi saturi (quelli che alzano il colesterolo), che supera il 40% del totale. Privilegiamo allora biscotti che usano altri oli: quelli diversi dalla palma sono sempre chiaramente indicati in etichetta come l'olio di girasole, di oliva o, in alcuni casi, il mais.